L’ufficio studi non è un lusso: è la coscienza della banca
Riflessioni di una lezione dimenticata di Raffaele Mattioli a margine del convegno a Bruxelles del 24 marzo 2026 dal titolo: "Banche e territorio"
C’era una volta una banca che sapeva fare la banca. Non quella che oggi vi sorride dallo schermo del telefonino offrendovi un fondo pensione mentre vi addebita commissioni anche invisibili. Quella di una volta leggeva il territorio come un medico di campagna leggeva il paziente: lo conosceva, lo ascoltava, ne intuiva le febbri prima che diventassero cancrene. Aveva, in pancia, uomini capaci di ragionare. Li chiamava ufficio studi e settoristi. Li trattava come il cervello dell’istituto. Oggi quella figura è scomparsa, o ridotta a decorazione per bilanci di sostenibilità che nessuno legge davvero.
Martedì 24 marzo, al Parlamento Europeo di Bruxelles, qualcuno ha avuto il coraggio di riportare in campo questa domanda scomoda. La tavola rotonda “Banche e Territorio” ha evocato la figura di Raffaele Mattioli — il banchiere della Comit che Le Monde, con quella sprezzante eleganza che i francesi riservano a chi li stupisce, definì “le plus grand banquier italien depuis Laurent de Medici” — non per nostalgia, ma per provocazione intellettuale. Come a dire: guardate dove eravamo, guardate dove siamo finiti e provate a spiegare il cosiddetto progresso.
Il cervello che la banca si è tolta
Mattioli era un banchiere colto che pensava si circondava di persone che pensavano: economisti, storici, giuristi, analisti settoriali, anche filosofi. L’ufficio studi della Banca Commerciale Italiana era un luogo dove si formavano le intelligenze più acute del dopoguerra italiano — i cosiddetti “ragazzi” di Mattioli, che poi andarono a ricostruire il Paese in lungo e in largo. Quella struttura non produceva solo ricerche da archivio: produceva pensiero e giudizio critico. Produceva la capacità sistemica di distinguere un’impresa meritevole da un castello di carta, un distretto vitale da uno zombi tenuto in vita dal credito facile.
Il “modello 253”, attribuito a Giovanni Malagodi, uno dei ragazzi, era l’incarnazione pratica di questa filosofia: la concessione del credito non era una pratica burocratica compilata dal direttore di filiale sotto pressione commerciale, ma un atto corale che coinvolgeva diverse funzioni della banca, ciascuna con la propria competenza settoriale. Si finanziava dopo aver capito. Si capiva perché si studiava. Si studiava perché si riteneva che il rischio non fosse qualcosa da scaricare su altri, ma da gestire direttamente con intelligenza propria.
Cosa è rimasto di tutto ciò? Poco. Pochissimo. E le conseguenze si vedono.
L’articolo 47 e il risparmio tradito
La Costituzione italiana non è un documento sentimentale. È un contratto. E all’articolo 47 quel contratto recita con chiarezza: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.” Il credito, dunque, ha una funzione pubblica. Non è un servizio qualsiasi. Non è la vendita di scarpe o di abbonamenti. È un fondamentale strumento di politica economica e sociale, delegato — sotto vigilanza — a soggetti privati che in cambio assumono tale responsabilità verso la collettività.
Questa responsabilità si chiama, nel linguaggio tecnico, “funzione di allocazione del credito”. Significa che la banca deve essere in grado di valutare chi merita il prestito e chi no, di indirizzare le risorse verso gli usi produttivi e di sostenere lo sviluppo del territorio in cui opera. Non è assistenza, è il vero mestiere. È di fatto il patto fondativo su cui si regge la licenza bancaria.
Ebbene: questo patto è stato svuotato. Non con una riforma esplicita, non con un atto di imperio, ma con la lenta e silenziosa abdicazione della banca dalla sua funzione cognitiva e critica. Quando una banca non conosce più veramente, perché distaccata e lontana, il concreto tessuto economico in cui opera — quando non ha più gli uomini e le competenze per leggere profondamente e nelle virgole un bilancio d’impresa né più entra nei capannoni e negli uffici dell’impresa per capire i cicli produttivi, per valutare la sostenibilità di un progetto di sviluppo locale — essa smette di fare la vera banca. Fa il commerciante semplice, raccoglie risparmio e lo riversa sui mercati finanziari, scaricando il rischio sul risparmiatore che spessissimo non sa nemmeno di averlo assunto.
La finanziarizzazione come fuga dalla responsabilità
Il meccanismo è semplice nella sua perversità. La banca raccoglie depositi dai risparmiatori. Invece di impiegarli nell’economia reale — con tutto il lavoro intellettuale che ciò richiede — li impacchetta in prodotti finanziari, li affida ai mercati, li fa transitare attraverso strumenti che il correntista ben poco capisce o può capire. Il rischio non sparisce: si trasferisce su chi non ha gli strumenti cognitivi per valutarlo, e ha firmato un contratto che non ha veramente letto perché non era scritto per essere letto. Collegato a questo la produzione retorico-fumogena di acculturare il risparmiatore così da renderlo esperto e responsabile delle proprie disgrazie finanziarie. Come se un cittadino venisse indotto ad apprendere la cultura di avvocato per affrontare le questioni legali o quella di medico per affrontare le questioni di salute.
Nel frattempo, la banca incassa pingue commissioni di distribuzione, di gestione, di performance. Non ha più bisogno di capire l’economia reale, perché non ci investe più direttamente. Ha esternalizzato il rischio di credito e, con esso, ha esternalizzato anche la necessità di possedere le competenze per gestirlo.
Quello che Mattioli cultore della cultura avrebbe chiamato usando le parole del poeta Giusti “strumenti ciechi di occhiuta rapina” — aborrendo risolvere il problema dei crediti deteriorati svendendo le posizioni bancarie a fondi speculativi per un tozzo di pane. Al contrario avrebbe affrontato le sofferenze (e non a caso si chiamano così) con la pazienza e la competenza del banchiere che conosce il debitore, risolvendole in anticipo a monte. Invece, la svendita dei crediti sofferenti, la “pulizia del bilancio” come oggi con un certo cinismo viene chiamata, è assurta a modello di efficienza bancaria. La banca che vende i suoi NPL al 20% del valore nominale è addirittura applaudita dagli analisti e dalla stampa, anche prezzolata. Nessuno si chiede ex post perché quel credito si fosse deteriorato, nessuno si chiede se avrebbe potuto essere gestito diversamente, con più competenza e meno fretta; ma forse proprio questo non chiedersi e l’assunzione di responsabilità che ne deriva, ne è il motivo profondo e tombale.
Il territorio e punteggi
A Bruxelles, uno dei temi centrali del convegno era questo: come si evita che la tecnologia riduca il territorio a un punteggio? La domanda è più profonda di quanto sembri. Lo scoring algoritmico applicato al credito è, in linea di principio, uno strumento pratico. In sostanza, è uno strumento che sistematicamente svantaggia chi non ha storia creditizia formalizzata, chi opera in settori non standardizzabili, chi abita nelle aree rurali e peggio che mai se marchiate “interne”, chi è piccolo artigiano o agricoltore o professionista atipico.
L’algoritmo non capisce il contesto. Non sa che quell’imprenditore di Benevento ha retto tre anni di siccità perché conosce il suo territorio meglio di qualunque modello di regressione. Non sa che quella cooperativa agricola della Basilicata ha un capitale sociale intangibile che vale più di qualsiasi garanzia reale. Non sa, e non può sapere, perché non è stato addestrato a capire: è stato addestrato solo a classificare.
Chi sapeva capire era il settorista — quella figura evocata al convegno con il titolo de “l’illustre mestiere del settorista” — il funzionario di banca che conosceva un comparto produttivo in profondità, che aveva relazioni con i suoi operatori, che aveva sviluppato nel tempo un giudizio capace di integrare dati quantitativi e conoscenza qualitativa. Era, in miniatura, l’ufficio studi applicato al territorio. Era la banca che pensava.
Questo mestiere è quasi estinto. Non perché non serva più ma perché costa: richiede investimento in formazione, richiede tempo, richiede menti studiose e brillanti, richiede una prospettiva di lungo periodo che mal si concilia con i cicli trimestrali di reporting agli azionisti. È parso al sistema più conveniente comprare un software di scoring e chiamarlo innovazione.
La prossimità aumentata, o l’illusione della tecnologia empatica
Ricostruire un ufficio studi degno di questo nome non significa assumere economisti a fare ricerche accademiche. Significa investire in competenze settoriali capaci di leggere il tessuto produttivo locale, di formare i funzionari di credito, di costruire una cultura interna del rischio che non sia né burocratica né algoritmica, ma genuinamente intellettuale e supportata dai migliori strumenti tecnologici oggi a disposizione, quelli della “ingegneria agentica”, ovvero della più recente innovazione della ia generativa. Significa fare, con gli strumenti di oggi, quello che Mattioli faceva con gli strumenti di ieri: pensare prima di calcolare e prima di prestare.
Il convegno di Bruxelles ha citato il tema della “banca di relazione agentica” — come integrare presenza fisica, canali digitali e ingegneria “agentica” senza perdere l’ascolto e la capacità di selezione del merito. È una domanda legittima e urgente. Ma c’è il rischio che diventi un esercizio retorico se non è ancorata a una scelta di fondo: la banca vuole davvero conoscere il suo territorio, o vuole solo sembrare vicina pur restando lontana?
La tecnologia può essere uno strumento straordinario di prossimità reale, se usata da chi ha le competenze per gestirla e interpretarne i segnali. I dati su un distretto produttivo, analizzati da qualcuno che conosce quel distretto, possono amplificare la capacità di giudizio di un buon settorista. Ma se manca il settorista — se manca la cultura del rischio che Mattioli intendeva come patrimonio interno e non delegabile — la tecnologia diventa solo uno strumento più sofisticato per fare la stessa cosa sbagliata di prima: classificare invece di capire, escludere invece di includere, estrarre invece di investire.
Riprendere il filo
Non si tratta di nostalgia. Mattioli era figlio del suo tempo, e il suo tempo era diverso. Le banche locali di oggi operano in un contesto regolatorio, tecnologico e competitivo che Mattioli non poteva conoscere. Ma il principio che animava la sua banca — che “la Banca attingesse forza e prosperità nel dar forza e prosperità al Paese” — non è solo un principio di un vero banchiere, è un principio costituzionale, scritto all’articolo 47.
La banca che non vuole pensare ovviamente scarica il rischio sui risparmiatori, mentre la banca che pensa — che investe nella propria intelligenza collettiva, che forma il suo personale, che conosce i suoi territori — può fare il banchiere nel senso pieno e costituzionale del termine. Può essere, come diceva Mattioli, “audace e cauta insieme, legata alla realtà di oggi, ma in armonia alla prevedibile realtà di domani.”
Non è un lusso, è il vero mestiere bancario.


Una concreta analisi che illustra la differenza tra la banca che generava benessere collettivo e boom economico, e quella che ritiene professionalmente corretto vendere ai risparmiatori diamanti da investimento ad un valore enormemente superiore a quello di mercato